Consulenza del lavoro - Ricorso al tribunale del lavoro per mobbing



 

Cerco di dettagliare sinteticamento il mio problema.
Nel corso dell'anno 2009 la mia societa' ha dichiarato di accettare le dimissioni volontarie dei dipendenti incentivandoli a partire da 18 mensilita' a seconda dell'anzianita' aziendale.
Nel mese di luglio, dichiaro di aderire ed invio una lettera di dimissioni dove era chiaramente espressa l'intenzione di uscire a seguito della conferma dell'erogazione dell'incentivo.
A questa richiesta e' stato dato parere negativo in quanto un importante cliente sarebbe entrato a settembre.
Nel mese di settembre ho rinnovato la richiesta , anche a seguito della non entrata del cliente, ed il mio responsabile questa volta ha dato parere positivo all'uscita.
Concordo il tutto con una persona dell'ufficio del personale, e la data indicata come ultimo giorno di lavoro nella lettera che io firmo, redatta dall'azienda, e' il 6 novembre 2009.
Una settimana prima, l'ultima settimana di ottobre, mi viene comunicato che non mi verra' erogato l'incentivo e che in caso di uscita il 6 novembre, mi sarebbe stato trattenuto il preavviso , in quanto non esistono le dimissioni . Contatto un avvocato , il quale scrive al mio datore di lavoro, ma lo stesso non risponde, io resto in azienda , la societa' che mi aveva cercato 2 volte non crede all'accaduto e decide di non attendere ulteriori 2 mesi, del Preavviso dovuto al datore di lavoro.
Durante la prima settimana del mese di dicembre, un'altra persona dell'ufficio del personale mi propone di uscire , visto che alla data non c'erano + ostacoli che ostavano in precedenza.
Purtroppo l'azienda che si era impegnata ad assumermi, in precedenza, non era piu' disponibile, avevo evidentemente perso di credibilita'. Non accetto di uscire in quanto resterei con l'incentivo, ma senza lavoro.
E' importante indicare che mi occupavo anche dell'amministrazione del personale della societa', oltre che di "pochi" clienti e nel corso del 2010 mi e' stata tolta la gestione dell'ufficio stesso, con il coordinamento di 6 risorse a Vicenza. Nel mese di giugno 2010, mi e' stata tolta la gestione anche delle risorse della sede di Milano. Nel mese di settembre 2010, senza la gestione dell'ufficio del personale,,a partire dal mese di giugno, andata in carico della persona che per prima aveva trattato con me l'uscita e senza l'entrata di clienti, mi sono trovato PALESEMENTE senza LAVORO.
Nel mese di settembre 2010, l'azienda ha iniziato una compagna di esodi incentivati, questa volta non pubblica. Sono stati contattati infatti colleghi i cui responsabili avevano dichiarato l'esubero. Sento il mio capo e , lo stesso comunica la mancanza di lavoro per me i primi di ottobre. L'ufficio Hr della societa' non mi chiama, ed io autonomamente do le dimissioni il 14 ottobre.
A questo punto mi sento:
- derubato dell'incentivo proposto dall'azienda a me nel 2009 e da me accettato tramite firma e non firmato dal datore di lavoro;
- insultato dal fatto che 1 mese dopo mi sia stato proposto di uscire nella consapevolezza che avevo perso una opportunita' lavorativa, e non avrei trovato lavoro con facilita' in pochi giorni.
- mobbizzato dal fatto che in assenza di nuovi clienti, mi sia stata tolta la gestione dell'amministrazione del personale lasciandomi PALESEMENTE SENZA ATTIVITA', e presa da colui , che in piena conoscenza della mia condizione si e' + volte beffato di me;
- deriso quando in ASSENZA DI LAVORO non sono stato contattato dall'ufficio HR per l'uscita incentiva. Evidentemente sarei stato candidato per essere inserito nella lista dei dipendenti della prossima CIG.

Naturalmente conosco tutti gli incentivi erogati dall'azienda dal 2007 al 2009, so che gli stessi sono stati dati NON IN MODO TRASPARENTE, ma PRIVELIGIANDO DIRIGENTI, AMICI E SINDACALISTI, che nel tempo avrebbero potuto ringraziare, altri come me , non utili, non sono stati aiutati ma mobbizzati. Sono infine a chiedervi, ho la possibilita' di ottenere qualcosa dal mio quasi ex datore di lavoro: per il mancato guadagno del 2009 ; per l'attivita' di mobbing nei miei confronti durata tutto il 2010 nonche' la totale assenza di formazione professionale dal 7/2007, oltre all'impossibilita' di gestire veramente l'ufficio a me affidato di Vicenza? In sintesi non mi e' stata mai data la possibilita' di premiare i colleghi meritevoli nei 4 anni di gestione; Oltre a contestare il fatto che il primo anno di lavoro mi e' stato riconosciuto solo 1 g di ferie al mese in luogo di 20 , rateizzati, stabiliti dalla normativa ?

Grazie per l'attenzione saluto cordialmente

 

RISPOSTA



Sussistono tutti i presupposti per presentare ricorso al Tribunale del lavoro, contro il tuo datore di lavoro, al fine di chiedere il risarcimento per essere stato mobbizzato, in ambito aziendale; la condotta illecita del datore di lavoro è infatti, giuridicamente qualificabile come mobbing.
La condotta posta in essere complessivamente dal datore di lavoro, può essere qualificata come “mobbing”, in quanto persecutoria, arbitraria, immotivata e reiterata nel tempo. Puoi pertanto, agire in giudizio, con l’assistenza di un avvocato, al fine di chiedere un risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali che sono conseguenza diretta ed immediata del “mobbing” subito all’interno dell’ambiente lavorativo: mi riferisco a tutte le circostanze che hai evidenziato nella tua mail (hanno tutte pari importanza per il diritto), ossia il demansionamento subito (ti è stata tolta la gestione del personale), l'incentivo andato in fumo, le ferie non godute, contro la tua volontà, l'assenza di formazione professionale dal 2007.
Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato, né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
L'attività persecutoria può causare una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico. Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto. La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa (hai scritto di non avere avuto mai la possibilità di premiare i colleghi meritevoli).
La legge italiana disciplina anche il risarcimento del danno biologico (danno alla salute), associabile a situazioni di mobbing. La Costituzione italiana (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) infatti, tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Inoltre, sul datore di lavoro (quindi anche sul capo ufficio che rappresenta il datore di lavoro in azienda) grava l’obbligo contrattuale, derivante dall’art. 2087 del codice civile, di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente. E’ possibile, ai sensi delle suddette norme, agire in giudizio per far valere le proprie ragioni, nei confronti del datore di lavoro.
Art. 2087 del codice civile. Tutela delle condizioni di lavoro.

L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Discorso a parte merita il danno che hai subito, per avere perso un'importante occasione di lavoro; il tuo datore di lavoro si è letteralmente preso gioco di te, ti ha fatto perdere la buona reputazione professionale che avevi costruito nel corso del tempo, nei confronti del nuovo potenziale datore di lavoro, e così facendo, l'offerta è andata “in fumo”.
Il danno da perdita di chance, ossia di possibilità lavorative, è autonomamente risarcibile, in ragione del parametro del lucro cessante, ossia dei tuoi mancati guadagni.
Il ricorso al tribunale del lavoro quindi sarà costituito da due parti: la richiesta di risarcimento per il mobbing subito e la richiesta relativa alla perdita di chance. Siamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Cordiali saluti.