Furto della badante in nero, sanzioni amministrative vertenza lavorativa





Per un periodo non continuativo a partire da circa 6 anni fa, ho usufruito di una collaboratrice domestica che prestava servizio presso la mia abitazione per 2 giorni a settimana per 4 ore. Tale prestazione, trattandosi di una vicina di casa in un piccolo paese e con buoni rapporti di amicizia tra le nostre famiglie, è stata sempre svolta senza nessun tipo di regolarizzazione. Purtroppo nel giugno 2010 dopo vari mesi di controlli e verifiche è emerso che questa persona in nostra assenza consumava alcolici presenti in casa e quando abbiamo fatto emergere il problema ne è scaturito un litigio che ha portato alla rottura dei rapporti sia di amicizia che di lavoro. Adesso questa persona minaccia di denunciare il trascorso lavorativo all'INPS. Gradirei un consiglio relativamente a:

- in che modo questa persona potrebbe dimostrare il fatto in tribunale, con quali argomentazioni? necessita di testimoni? (considerando che le nostre famiglie comunque hanno rapporti di amicizia praticamente da sempre)
- premessa l'incertezza nel dimostrare durata del rapporto e numero effettivo di ore lavorate, quanto potrebbe risultare la sanzione da corrispondere all'INPS per sanare la situazione.
- Questa persona, avendo già percepito un pagamento in nero potrebbe ottenere il pagamento di un'ulteriore somma (TFR, Tredicesima, Ferie...)
- Esistono delle forme legali di accordo per risolvere la questione fuori dal tribunale.
- Che tipo di comportamento dobbiamo tenere nei confronti di questa persona, considerando che per adesso abbiamo solo ricevuto una minaccia verbale sull'intenzione di procedere ma non c'è nessuna azione di denuncia in atto.

Aggiungo, nell'eventualità che abbia una qualche valenza, che nella mia attuale abitazione risulto residente con stato di famiglia autonomo solo dopo il maggio 2007, data in cui mi sono sposato,mentre fino ad allora risultavano residenti i miei genitori ed io facevo parte del loro stato di famiglia. Nel periodo 2007-2010 inoltre il rapporto di lavoro è stato anche interrotto per circa 1 anno per motivi di salute di questa persona. grazie



RISPOSTA



In linea di massima, la tua collaboratrice non ha nessuna possibilità di dimostrare il rapporto di lavoro a intermittenza (per usare il termine giuridico appropriato), intercorso con te,, negli ultimi anni, dinanzi all’INPS.

Come potrebbe dimostrarlo, quali prove ha in mano ??? Non certamente con dei testimoni, la procedura di accertamento di competenza dell’INPS, non prevede la prova testimoniale.
Riuscirebbe a dimostrarlo, laddove avesse tra le mani, una scrittura privata, sottoscritta da te, con cui dichiari ad esempio, quanto segue:

“la signora Tizia il lunedì lavava il pavimento dalle 10 alle 11, il martedì dalle 15 alle 16 stirava le camice, il venerdì dalle 12 alle 13 si occupava del bucato”

Non penso che tu abbia commesso l’ingenuità di “armare la mano del tuo assassino”, con una scrittura privata di questo tipo !!!
La signora ha ricevuto dei pagamento in nero ??!! Come potrebbe dimostrarlo ??!! Penso che tu abbia pagato la signora in contanti, senza lasciare alcuna traccia del pagamento. Non penso che la signora si facesse pagare con un bonifico bancario !!!
Come potrebbe dimostrare la durata del rapporto ed il numero delle ore lavorate settimanalmente !!! A mio parere, non farà alcuna segnalazione/denuncia all’INPS, in quanto potrebbe temere delle legittime ritorsioni da parte tua.
Tu potresti denunciarla per furto, dinanzi alla Procura della Repubblica, ai sensi dell’articolo 624 del codice penale.
Come dire, avete sbagliato entrambi, meglio lasciar perdere da ambo le parti …

Art. 624 del codice penale. Furto.

Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 154 a euro 516. Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l'energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico. Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra una o più delle circostanze di cui agli articoli 61, numero 7), e 625.

Le circostanze da te citate, relative alla tua residenza ed allo stato di famiglia, non hanno alcuna attinenza, né rilevanza giuridica con la fattispecie al nostro esame: ci tenevo a fare questa precisazione.

Mi chiedi quale sanzione potrebbe comminarti l’INPS o la Direzione provinciale del lavoro, per la mancata regolarizzazione della colf.

Riporto in seguito un prospetto, indicante le sanzioni applicabili alla fattispecie “de quo”, consultabile sul sito ufficiale del Ministero del lavoro.

Ad ogni modo, confermo che le probabilità che tu possa essere sanzionato dall’INPS o dalla direzione provinciale del lavoro, per la mancata regolarizzazione della colf, sono quasi nulle, per mancanza di prove documentali che possano attestare in qualche modo, l’intercorso rapporto di lavoro.

La Direzione generale per l’attività ispettiva del Ministero del lavoro, in ordine all'impiego di colf e badanti a nero ha stabilito una serie di multe:

Le sanzioni amministrative, per la precisione, sono le seguenti:

Se non si comunica l’assunzione al Centro per l’impiego

Il datore di lavoro ha l’obbligo di comunicare al Centro per l’Impiego l’assunzione e anche l’eventuale trasformazione o cessazione del rapporto di lavoro. Se il datore di lavoro omette o ritarda la comunicazione obbligatoria al Centro per l’Impiego, deve pagare una sanzione amministrativa alla Direzione Provinciale del Lavoro che va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore di cui non si è comunicata l’assunzione. Questa sanzione amministrativa può essere cumulata con la sanzione prevista per mancata iscrizione all’Inps e/o alla sanzione civile prevista per l’omesso pagamento dei contributi.

Se non si iscrive il lavoratore domestico all’Inps

Il datore di lavoro ha l’obbligo di iscrivere il lavoratore domestico all’Inps, che ne gestisce la posizione assicurativa. In caso di mancata iscrizione del lavoratore domestico all’INPS, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione che va da 1.500 euro a 12.000 euro per ciascun lavoratore “in nero”, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili previste contro il lavoro nero.

Le sanzioni civili, per la precisione sono le seguenti:

Se non si pagano i contributi

Nel caso di “lavoro nero” (lavoratore assunto senza Comunicazione al Centro per l’impiego e senza iscrizione all’Inps) la legge prevede che, per l’omesso pagamento dei contributi di ogni lavoratore, il datore di lavoro debba pagare le sanzioni civili al tasso del 30% in base annua calcolate sull’importo dei contributi evasi con n massimo del 60% ed un minimo di 3.000 euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Quindi, anche per una sola giornata di lavoro “in nero”, il datore di lavoro può essere punito con la sanzione minima applicabile di 3.000 euro. Questa sanzione civile è cumulabile con le sanzioni amministrative per la mancata comunicazione al Centro per l’impiego e per la mancata iscrizione all’Inps nei termini stabiliti.

Se si pagano i contributi in ritardo

Il versamento tardivo dei contributi comporta per legge l'applicazione al datore di lavoro di sanzioni pecuniarie da parte dell'Inps, al tasso vigente alla data di pagamento o di calcolo (attualmente pari al 9,50% in base annua) e per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare. Questo tasso di interesse si applica a condizione che il datore di lavoro effettui spontaneamente il versamento entro i 12 mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi, prima di contestazioni o richieste da parte di Inps, Inail e Ispettorato del lavoro. Se questo termine non viene rispettato si ricade nel caso dell’evasione contributiva, sanzionata con un’aliquota del 30% in base annua sull’importo evaso nel trimestre. Le sanzioni penali Ovviamente non termina qui. Infatti, se il rapporto di lavoro è instaurato con straniero privo di permesso di soggiorno, a queste salatissime sanzioni si aggiungerà l’arresto da tre mesi ad un anno e l’ammenda di 5000 euro per ogni lavoratore impiegato.


Dopo avere esaminato il prospetto relativo alle sanzioni amministrative che possono in teoria, essere comminate al datore di lavoro che non ha regolarizzato la colf, passiamo ad esaminare il secondo aspetto della vicenda, ossia la possibilità che la colf presenti un ricorso al Tribunale del lavoro, per il pagamento degli emolumenti maturati e non percepiti (TFR, tredicesima, ferie …). Dinanzi al Tribunale del lavoro, è possibile utilizzare la prova testimoniale, tuttavia, per esperienza, posso dire di non avere mai visto condannare un datore di lavoro, sulla base di semplici testimonianze, senza alcuna prova per iscritto o documento che potesse dimostrare il rapporto di lavoro non regolarizzato.

Sono più che sicuro che la colf, non presenterà la denuncia all’INPS ovvero alla direzione provinciale del lavoro, per la mancata regolarizzazione; penso inoltre, che sia altrettanto probabile che la stessa si rivolga ad un avvocato per citarti in giudizio, dinanzi al tribunale del lavoro, al fine di ottenere il pagamento degli emolumenti sopra citati. Le possibilità della colf di vincere il processo dinanzi al tribunale sono minime, per non dire nulle, tuttavia la signora presenterà ugualmente ricorso giudiziario, nella speranza di chiudere la vertenza con una accordo transattivo per lei favorevole, ai sensi dell’articolo 1965 del codice civile.Art. 1965 del codice civile. Nozione di transazione. La transazione è il contratto col quale le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine a una lite già incominciata o prevengono una lite che può sorgere tra loro. Con le reciproche concessioni si possono creare, modificare o estinguere anche rapporti diversi da quello che ha formato oggetto della pretesa e della contestazione delle parti.

In concreto, la colf, con il ricorso al tribunale del lavoro, chiederà 100, per poi accontentarsi di 50, in sede di transazione stragiudiziale, al fine di chiudere la vertenza. La colf sa benissimo che, laddove si dovesse andare a sentenza, perderebbe inevitabilmente la causa, ma ci proverà lo stesso ad intimidirti con un ricorso, per ottenere almeno in parte, gli emolumenti che le spettano. Probabilmente farà comodo anche a te, chiudere la vicenda con una transazione, perché un processo dinanzi al tribunale del lavoro, comporterà inevitabilmente dei costi e, come ci insegna la saggezza dei nonni, “è preferibile un cattivo accordo che un processo !!!”.

Quale comportamento avere nei confronti della colf ??? Un comportamento attendista, sereno, lucido. Al momento, ella non ha ancora mosso le sue pedine, quindi è opportuno lasciare che sia proprio lei a fare la prima mossa; magari alla fine, non fa nulla , del resto sa bene di avere violato la legge, è consapevole che la commissione di un reato e la conseguente condanna penale (anche se in Italia, in galera non finisce mai nessuno !!!) le rovinerebbe la reputazione e macchierebbe irrimediabilmente la sua fedina penale ( … e poi non riesco ad immaginare chi la chiamerebbe per fare i lavori di casa, dopo una condanna penale per furto !!!).

Siamo a disposizione per ulteriori chiarimenti. Cordiali saluti.

P.S. Ci tengo a precisare, anche a costo di ripetermi, che la denuncia all’INPS ed il ricorso al tribunale del lavoro sono due procedure autonome ed indipendenti e che, per quanto riguarda le sanzioni amministrative dell’INPS o della direzione provinciale del lavoro, non hai nulla da temere.

 

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