Consulenze del lavoro - Mobbing: il dirigente modifica le mansioni del dipendente



 

Gentile Avvocato,
In breve cerchero´ di illustrarLe la mia vicissitudine: ho lavorato per 3 anni presso uno spaccio aziendale di una ditta che commercializza abbigliamento tecnico sportivo come responsabile del punto vendita ,anche se inquadrato come commesso, dal momento che la vera responsabile gestiva sia lo spaccio in cui mi trovavo che un altro spaccio dove lei era fisicamente presente.Poiche´ i rapporti con le mie colleghe non erano improntati sulla correttezza professionale e il rispetto del mio ruolo ma sulla competizione,dopo molte difficolta´ e umiliazioni, ho deciso di non assumermi piu´ la responsabilta´ della gestione.A questo punto sono cominciati i guai veri e propri: dapprima la responsabile ha "ridistribuito" i ruoli nominando tra le mie colleghe una nuova responsabile e affidando a me il magazzino, in parole povere facendomi aprire i cartoni,poi ha cominciato a demansionarmi ulteriormente togliendomi altri incarichi e dicendo anche che mi avrebbe fatto ridurre lo stipendio, ma per farlo avrei dovuto firmare certe misteriose carte che parlavano di licenziamento per giusta causa.Naturalmente mi sono rivolto al sindacato e questo mi ha portato ulteriori guai, dacche´ con una certa maestria la resposabile mi ha messo contro le colleghe dando luogo a un mobbing spietato.Con uno stratagemma sono riuscite a farmi litigare con la nuova responsabile e cosi´ mi sono beccato un provvedimento disciplinare che mi ha portato al licenziamento.Ora, con la ditta tramite i sindacati, abbiamo raggiunto un accordo per cui mi e´ stata riconosciuto il licenziamento per riduzione del personale , ma questo non mi ha soddisfatto poiche´ ho ancora un conto in sospeso con colleghe e la mia superiore.Mi sono rivolto quindi alla mia legale, che pero´ e´ anche amica della mia ex direttrice , la quale mi ha fatto andare presso lo studio in cui lavora a tarda sera e mi ha chiesto che intenzioni avessi. Le ho raccontato una versione parziale dei fatti e lei correttamente mi ha detto che non mi avrebbe assistito in quanto amica della ex capa e quasi quasi ne giustificava il comportamento ritenendo la durezza una regola per una donna in carriera(cio´mi dimostra come lei sia stata probabilmente consulente per la controparte in questa brutta storia) e alla fine nonostante volessi pagare la consulenza, ha rifiutato dicendo che avevamo fatto una chiacchierata.Domanda: quali altri guai posso aspettarmi da questo mio comportamento ingenuo? Secondo lei e´ possibile denunciare per mobbing o stalking le mie colleghe e responsabile (tutte contro di me) e vincere la causa?

 

RISPOSTA



E' davvero difficile, a questo punto della tua vicenda, ipotizzare, per te, ulteriori guai: a seguito del riconoscimento del licenziamento per riduzione del personale, la questione dal punto di vista del diritto del lavoro è definitivamente chiusa.
Rimane inalterata semmai, la possibilità di agire in giudizio, per chiedere il risarcimento dei danni cagionati dal mobbing, esercitato dalla responsabile del reparto e dalle tue colleghe. Il loro comportamento non è infatti, esente da colpa per i seguenti motivi:

1) Il lavoratore dipendente, assunto come commesso, non può essere destinato, dal dirigente/responsabile di reparto, a mansioni diverse da quelle indicate nel contratto di lavoro, in modo completamente arbitrario ovvero per questioni personali che esulano le problematiche aziendali. Esiste una norma che regola lo "Jus variandi" del dirigente.

L’art. 2103 Codice Civile così recita:

“il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione”.

Lo "Jus Variandi" è il potere del datore di lavoro di modificare le mansioni del proprio dipendente. Ma come può essere esercitato questo potere? Con i limiti imposti dal succitato articolo. Dunque le nuove mansioni dovranno essere equivalenti o superiori a quelle per le quali il lavoratore è stato assunto e la retribuzione dovrà sempre essere commisurata all’attività effettivamente svolta.

Qualora, inoltre, la mansione “superiore” non sia stata disposta unicamente per la sostituzione di un lavoratore assente che abbia il diritto alla conservazione del posto, diverrà definitiva dopo un periodo di svolgimento della stessa di norma specificato nei contratti collettivi (mai superiore in ogni caso a tre mesi). A tutela del lavoratore, tale disciplina non può essere derogata mediante un patto tra le singole parti il quale risulterebbe perciò nullo.

Se hai svolto di fatto, le mansioni di responsabile del punto vendita, per un periodo superiore ai tre mesi, hai diritto alla retribuzione corrispondente alle funzioni svolte, commisurata al relativo periodo.

Se successivamente, ti è stato assegnato il compito di aprire i cartoni in magazzino, il dirigente, essendo responsabile nei tuoi confronti della condotta illecita e del danno cagionato, è tenuto al risarcimento.

2) Mi chiedi se la condotta del responsabile di reparto è qualificabile nell'ambito giuridico del mobbing? Dal contenuto della mail, ritengo che ci siano tutti i presupposti per fare riferimento al mobbing.
Ritengo utile una breve premessa normativo-giurisprudenziale sull'istituto giuridico del mobbing.
La condotta può essere qualificata come “mobbing”, nella misura in cui la stessa sia persecutoria, arbitraria, immotivata e reiterata nel tempo.
La vittima dell'illecito può agire in giudizio, al fine di chiedere un risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali che sono conseguenza diretta ed immediata del “mobbing” subito all’interno dell’ambiente lavorativo.
Per mobbing, s'intende un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
Per potersi parlare di mobbing, tuttavia, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.
La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia. Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. La Costituzione italiana (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) infatti, tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Inoltre, sul datore di lavoro (quindi anche sul capo ufficio che rappresenta il datore di lavoro in azienda) grava l’obbligo contrattuale, derivante dall’art. 2087 cod. civ., di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente.
Hai facoltà, ai sensi delle suddette norme, di agire in giudizio per far valere le tue ragioni.

Il mobbing tuttavia, non è considerato un illecito penale (reato), quindi non devi sporgere una denuncia nei confronti del dirigente ovvero delle tue colleghe ma citarle in giudizio, dinanzi al giudice del lavoro.
Devi rivolgerti ad un avvocato, per presentare il ricorso presso la cancelleria del Tribunale del lavoro.
La vertenza non ha carattere penale ma civile; si tratta di un risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti.

Quante possibilità hai di vincere la vertenza giudiziaria?
E' piuttosto difficile stabilirlo; i fatti ti danno pienamente ragione, ma potresti incontrare delle difficoltà in fase dibattimentale, nel provare la verità dinanzi al giudice.
Considera che la responsabile di reparto avrà diversi collaboratori, completamente asserviti, pronti a testimoniare il falso contro di te.
Prima di intraprendere il processo, valuta le prove a tuo favore (documenti, testimoni ...) e poi, prendi la tua decisione.
Sono a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Cordiali saluti.