Diffamazione sul posto di lavoro da parte del superiore, umiliazione del dipendente





Sono a chiedere una consulenza in ambito di diritto del lavoro; in particolare in merito alla questione di maltrattamenti verbali continui da parte del proprio capo/supervisore.Il mio capo, ora supervisore, cerca di mettermi continuamente in difficoltà dal punto di vista lavorativo ma soprattutto ogni volta che si rivolge a me lo fa con grande maleducazione facendomi sentire un incapace e trattandomi come tale. Ogni volta che le chiedo una consulenza mi risponde che non sa rispondermi ma soprattutto mi umilia in continuazione davanti a testimoni. Vi chiedo quali siano le azioni che posso intraprendere perché questi comportamenti abbiano fine, anche perché spesso mi è capitato di uscire dal' ufficio piangendo ed al limite dell' esaurimento nervoso per colpa sua. Attendo vostro riscontro Cordiali saluti



RISPOSTA



Se mi scrivi che il capo ti “umilia in continuazione in presenza di testimoni” questo equivale, da un punto di vista giuridico, alla commissione del reato di diffamazione di cui all'articolo 595 del codice penale.

Articolo n. 595 del codice penale. Diffamazione.

1. Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.

2. Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.

3. Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità , ovvero in atto pubblico , la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro .


Il mio consiglio è il seguente:

-innanzitutto procurarsi delle prove. Siccome dubito che i tuoi colleghi avranno intenzione di testimoniare a tuo favore, contro il loro superiore gerarchico, sarebbe il caso di registrare le conversazioni dal contenuto diffamatorio avute con il tuo capo.

-Procedere con una querela penale presso la procura della Repubblica ovvero presso i carabinieri/polizia, entro tre mesi dalla notizia/commissione del reato, ai sensi dell'articolo 124 del codice penale; attenzione, il termine di tre mesi per presentare la querela per diffamazione, è stato previsto dal legislatore a pena di decadenza.

-Procedere con atto di citazione al giudice di pace, entro 6 anni dalla commissione del reato (termine di prescrizione), per chiedere un risarcimento del danno morale e biologico (danno alla salute) cagionato dalle diffamazioni subite e dalle ingiurie (nota bene che il reato di ingiuria, ossia, in concreto, offenderti in assenza di testimoni, è stato depenalizzato dal febbraio 2016, ma è sempre possibile agire giudizialmente per un congruo risarcimento dei danni morali).

Vi è poi una seconda opzione: il ricorso al tribunale del lavoro per mobbing, ossia per condotta persecutoria da parte del capo, finalizzata a costringere il dipendente a rassegnare le dimissioni, al solo fine di evitare un esaurimento nervoso ! Il ricorso al tribunale del lavoro conterrà una richiesta di risarcimento danni, oltre all'istanza in via cautelare ed urgente di cessazione della condotta di mobbing. In questo caso, al contrario della presentazione della querela, occorre la difesa tecnica di un avvocato difensore.

In via bonaria, è possibile portare la questione all'attenzione dei rappresentanti sindacali aziendali e dei rappresentanti provinciali e regionali del sindacato a cui sei iscritta ovvero per cui simpatizzi.

A disposizione per chiarimenti.

Cordiali saluti.

Fonti:

 

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