Cessione contratto di lavoro e rinuncia del dipendente ai diritti al tempo del trasferimento





La signora xxxx yyyyy è stata assunta dal Comune di ________ verso la metà degli anni '90, con contratto a tempo determinato successivamente prorogato fino al momento della sua assunzione presso la società “in house alfa”, interamente posseduta dall'Ente Comunale.
La signora yyyyy diventa dipendente della alfa in data 07/01/2023, in quadrata nella categoria B1 del CCNL Enti Locali.
A seguito di problemi di natura finanziaria, la società alfa nell'anno 2018 è posta in liquidazione, pertanto prima che la stessa sia dichiarata fallita con sentenza del tribunale fallimentare di Milano, molti dipendenti acconsentono alla cessione del loro contratto individuale di lavoro alla società beta spa, attuale datore di lavoro della signora yyyyy, nel contesto normativo di una cessione d'azienda (cessione di ramo d'azienda), ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile, giacché la società beta spa subentrerà nell'espletamento dei servizi che la alfa svolgeva nei confronti del Comune di ____________.
La cessione di contratto individuale determina la prosecuzione senza soluzione di continuità del rapporto di lavoro da una società cedente (alfa) ad una cessionaria (beta). In concreto significa che è possibile per il lavoratore dipendente, cambiare società senza essere licenziati o senza dimissioni, quindi, senza dover essere assunti in una nuova società siete nell’ambito della cessione di contratto.
L'articolo 2112 del codice civile, al fine di tutelare il lavoratore ceduto in caso di trasferimento d'azienda, prevede quando segue: “In caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano.
Il cedente ed il cessionario sono obbligati, in solido, per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento. Con le procedure di cui agli articoli 410 e 411 del codice di procedura civile il lavoratore può consentire la liberazione del cedente dalle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro.
Il cessionario è tenuto ad applicare i trattamenti economici e normativi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali ed aziendali vigenti alla data del trasferimento, fino alla loro scadenza, salvo che siano sostituiti da altri contratti collettivi applicabili all'impresa del cessionario. L'effetto di sostituzione si produce esclusivamente fra contratti collettivi del medesimo livello”
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Gli elementi essenziali dell'articolo 2112 del codice civile pertanto sono:
a) la continuità del rapporto di lavoro tra cedente (alfa) e cessionario (beta), affinché sia garantito al lavoratore ceduto, il mantenimento dei diritti (“il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano”)
b) l'obbligo solidale tra cedente (alfa) e cessionario (beta) per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento (compreso il credito relativo al TFR maturato fino al momento del trasferimento (per obbligo solidale si intende la situazione in cui due o più soggetti sono obbligati alla medesima prestazione in favore del creditore che può rivolgersi indifferentemente sia al cedente alfa che al cessionario beta, ad esempio per il pagamento del TFR maturato fino all'assunzione presso la beta, avvenuta in data 22/11/2018).
c) il lavoratore può consentire la liberazione dalle sue obbligazioni, soltanto del cedente (alfa), ma non la liberazione del cessionario (beta), come indicato dalla sentenza in allegato del Tribunale del Lavoro di Bergamo n. 343/2020 (pagina 3): “l'articolo 2112 del codice civile è norma di carattere inderogabile e prevede la possibilità dell'eventuale liberazione dalla responsabilità solidale del solo cedente (alfa) e non anche del cessionario (beta), e solo con le procedura di cui agli articoli 410 e 411 del codice di procedura civile (conciliazione in sede sindacale)”. Inoltre, sempre a pagina 3 della sentenza del Tribunale di Bergamo: “il datore di lavoro cessionario beta è obbligato nei confronti del lavoratore il cui rapporto sia con lui proseguito, quanto alla quota di TFR maturata nel periodo anteriore alla cessione in ragione del vincolo di solidarietà (con alfa) e resta l'unico obbligato quanto alla quota di TFR maturata nel periodo successivo alla cessione del dipendente” (ovvio …).
Orbene, in data 25 settembre 2018, prima che la alfa sia dichiarata fallita (in quel momento la società era in liquidazione), la signora yyyyy, dinanzi al sindacalista conciliatore, accetta la cessione del suo contratto di lavoro alla società beta che sarebbe subentrata nella concessione dal Comune di ________ per l'espletamento del servizio di portierato, smistamento posta, pulizia bagni pubblici e custodia archivio di deposito, in quanto aggiudicataria della gara indetta dall'Ente.
Oltre ad accettare la cessione del suo contratto individuale di lavoro in favore della beta, la signora yyyyy dichiara formalmente a verbale di rinunciare a rivendicare nei confronti del cessionario beta, ai sensi dell'articolo 2113 del codice civile, il pagamento delle cifre corrispondenti al TFR ed alle spettanze di fine rapporto di cui ai punti 2 e 3 del verbale di conciliazione, qualora alfa non faccia fronte agli impegni assunti.
Relativamente alla suddette spettanze economiche di fine rapporto, la signora yyyyy sollevava la società beta dall'obbligo solidale nei confronti di alfa (solidarietà tra alfa e beta prevista dall'articolo 2112 del codice civile).
Per la precisione, la signora yyyyy sollevava la beta dall'obbligo solidale nei confronti di alfa, relativamente alle seguenti spettanze:

a) TFR maturato fino a quel momento
b) intera retribuzione del mese di settembre 2018
c) arretrati del rinnovo CCNL enti locali
d) ferie residue non godute e permessi ex festività soppresse residui
e) buoni pasto non riscossi


Tanto premesso e considerato, la rinuncia della dipendente, contenuta nel verbale di conciliazione in sede sindacale (sede protetta), nei confronti dell'obbligo solidale della beta di cui all'articolo 2112 del codice civile, è valida ed efficace?
Quali diritti possono essere rivendicati dalla dipendente in questione?

RISPOSTA

Assolutamente no, la rinuncia della dipendente in questo caso, non è valida né efficace alla luce di quanto previsto dalla sentenza del Tribunale del Lavoro di Bergamo n. 343/2020.
La rinuncia contenuta nel verbale del 25 settembre 2018, è nulla ed inefficace, in quanto l'articolo 2112, norma di legge inderogabile, prevede che il lavoratore possa sollevare dall'obbligo solidale il cedente (alfa), ma non il cessionario (beta).
In questo caso, consentendo la liberazione dalle suddette obbligazioni, da parte del cessionario (beta), si viola una norma inderogabile di legge (art. 2112 del codice civile) e pertanto la rinuncia della signora yyyyy è sanzionata con la nullità di cui all'articolo 1418 del codice civile che prevede quanto segue: “Il contratto è nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente”.

In considerazione della nullità della suddetta rinuncia della dipendente, la stessa ha diritto di agire in giudizio, con ricorso al Tribunale del Lavoro, nei confronti del suo attuale datore di lavoro, per il pagamento del TFR maturato in pendenza del rapporto di lavoro con alfa, sia nell'immediatezza che al momento della cessazione del suo rapporto di lavoro con beta (ad esempio per collocamento a riposo).

La signora yyyyy è assunta dalla beta in data 22/11/2018 con il terzo livello professionale nell'inquadramento unico previsto dal CCNL “per il personale dipendente da imprese esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi”.
Risulta evidente pertanto la seguente circostanza: la signora yyyyy non ha lavorato e non ha percepito lo stipendio dal primo ottobre 2018 al 21 novembre 2018. Contrariamente a quanto pattuito nel verbale di conciliazione del 25 settembre 2018, alla signora yyyyy non è stata garantita la continuità del rapporto di lavoro dalla alfa alla beta, essendoci una “vacatio” di 52 giorni tra la cessazione del rapporto con la alfa e l'assunzione presso la beta. Si tratta di un ulteriore vizio dell'accordo in sede sindacale, sottoscritto presso la sede della alfa in liquidazione, in presenza del conciliatore; non si comprende come ragionevolmente, la beta possa avvantaggiarsi della rinuncia di una sua dipendente, contenuta all'interno di un accordo che la stessa beta non ha rispettato, assumendo la signora yyyyy, soltanto dopo 52 giorni dal termine del rapporto di lavoro con la società alfa (sic !).

Nel frattempo, la alfa è stata dichiarata fallita (novembre 2019) ed il credito per il TFR della signora yyyyy è stato ammesso allo stato passivo del fallimento per il suo intero importo pari a 16.201,37 euro, quale credito privilegiato ante 1^ grado per cessazione del rapporto di lavoro ex art. 275 bis numero 1 del codice civile, a seguito di regolare domanda di insinuazione nel fallimento della dipendente, contraddistinta dal numero cronologico 41. In data 2 ottobre 2020, il curatore fallimentare comunicava alla signora yyyyy, l'esecutività dello stato passivo dei creditori della alfa ex art. 97 della legge fallimentare, a seguito di decreto del giudice fallimentare del 01/10/2020.
E' ragionevole ipotizzare che trattandosi di un credito privilegiato ante 1^ grado per cessazione del rapporto di lavoro (la signora yyyyy ha diritto di essere pagata con priorità rispetto ai creditori non privilegiati, ammessi al fallimento, ossia ha precedenza rispetto ai creditori cosidetti chirografari), al termine del fallimento, il credito della yyyyy possa risultare soddisfatto almeno in parte dalla massa attiva fallimentare; per quell'eventuale quota parte che non dovesse trovare soddisfazione al termine del fallimento, la signora yyyyy potrà rivolgersi alla beta, con ricorso al tribunale del lavoro, alla luce della nullità della sua precedente rinuncia, come da giurisprudenza consolidata.
Da ricerche effettuate sul web, mi risulta che la procedura fallimentare della società alfa sia ancora aperta. Vorrei allora riportare un esempio concreto, per una maggiore chiarezza espositiva: se al termine della procedura fallimentare, la signora yyyyy dovesse percepire soltanto 10.000 euro, anziché l'intero importo ammesso allo stato passivo pari a 16.201,37 euro, potrà agire in giudizio per la differenza, pari a 6.201,37, contro la beta, tramite ricorso al tribunale del lavoro, stante la nullità ed inefficacia della sua rinuncia del 25/09/2018.

Infine, vorrei evidenziare le motivazioni a fondamento del provvedimento di rigetto dell'INPS, con delibera del comitato provinciale del 29/03/2022, in relazione alla domanda di intervento del fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto presentata dalla signora yyyyy in data 26 aprile 2021, nonché del successivo ricorso amministrativo del 24/03/2022.
Il fondo di garanzia dell'INPS, nella fattispecie “de quo”, non risulta attivabile secondo quanto previsto dalla circolare INPS n. 74/2008, per i seguenti motivi:

a)la continuazione del rapporto di lavoro dal cedente alfa al cessionario beta

b)al momento dell'accordo di trasferimento della dipendente yyyyy, dalla cedente alfa alla cessionaria beta, la cedente alfa non era stata ancora dichiarata fallita dal Tribunale di Milano, pertanto era da considerare “in bonis”. Siccome al momento del trasferimento, ossia in data 22 novembre 2018, la alfa non era ancora fallita, il fondo di garanzia sarebbe potuto intervenire, per il pagamento del TFR della dipendente, soltanto in caso di insolvenza del datore di lavoro cessionario (beta), ossia soltanto nell'ipotesi in cui la beta fosse stata sottoposta anch'essa ad una procedura concorsuale come il fallimento. La società alfa infatti è fallita soltanto nel mese di novembre 2019.

Se l'accordo di trasferimento della dipendente yyyyy, perfezionato in sede sindacale, fosse stato siglato dopo il fallimento della alfa, ad esempio nel mese di dicembre 2019, la dipendente avrebbe avuto diritto di attivare il fondo di garanzia dell'INPS e pertanto avrebbe ricevuto il trattamento di fine rapporto già da diversi anni, direttamente dal fondo INPS previsto dalla legge a tutela dei lavoratori.
Con il senno di poi (mi rendo conto che è fin troppo facile ragionare adesso con il senno di poi … ) sarebbe stato più opportuno aspettare la sentenza di fallimento della società alfa, per transitare alla società beta, in quanto se l'accordo di cessione del contratto di lavoro fosse stato successivo rispetto alla sentenza di fallimento, la signora avrebbe percepito il suo TFR dall'INPS, già da diverso tempo. Vorrei evidenziare che anche l'INPS, nella delibera del 24/03/2022, invita la signora xxxx yyyyy a reclamare le sue spettante direttamente alla beta (pagina 2 penultimo periodo), stante la nullità della sua rinuncia, in quanto contraria ad una norma imperative di legge come l'articolo 2112 del codice civile: l'INPS scrive che “nel caso di specie si configura chiaramente un trasferimento di azienda per cui la lavoratrice è transitata, senza soluzione di continuità, alla ditta cessionaria beta che rimane l'unica obbligata a corrispondere il TFR anche per la parte maturata alle dipendente dell'impresa cedente (alfa)”.

Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento ed approfondimento.

Cordiali saluti.

Fonti:

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