Risoluzione contratto di ristorazione prima comunione o matrimonio per Coronavirus





Gentile avvocato, domenica 3 maggio, mio figlio avrebbe dovuto ricevere la prima comunione. Nel mese di gennaio avevo firmato un contratto di ristorazione con un noto locale della mia zona, versando una caparra pari a 500 euro.

Nelle condizioni generali di contratto predisposte dal ristoratore, è indicato che il cliente non ha diritto di chiedere la risoluzione del contratto in caso di impossibilità sopravvenuta. È valida questa clausola? È vessatoria? In quanto vessatoria, dovrebbe essere approvata per iscritto, nello specifico dal cliente? Sottolineo che la suindicata clausola non è stata approvata nello specifico dal cliente.

Resto in attesa della consulenza richiesta.

Buon lavoro.

 

RISPOSTA

 

L'impossibilità sopravvenuta di dar corso alla celebrazione della prima comunione di tuo figlio e quindi al conseguente contratto di ristorazione, costituisce motivo di risoluzione del contratto medesimo, ai sensi degli articoli 1256 e 1463 del codice civile.

Art. 1256 Codice civile
L'obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile.
Se l'impossibilità è solo temporanea, il debitore finché essa perdura, non è responsabile del ritardo nell'adempimento. Tuttavia l'obbligazione si estingue se l'impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell'obbligazione o alla natura dell'oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla


Art. 1463 Codice civile
Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell'indebito

Configurandosi i presupposti della risoluzione per impossibilità sopravvenuta, il ristoratore dovrebbe restituire sia gli acconti che la caparra confirmatoria di cui all'articolo 1385 del codice civile.

Ciò non toglie che le parti contrattuali possano trovare un accordo di rinegoziazione del contratto di ristorazione, spostandone l'esecuzione ad altra data (quando sarà celebrata la prima comunione, tuttavia il ragionamento logico giuridico è applicabile anche ai matrimoni “saltati” a causa del coronavirus), tenendo fermo l'acconto già versato oppure la caparra confirmatoria già corrisposta.

Ai sensi dell'articolo 1341 II comma del codice civile, “... non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità , facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l'esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell'altro contraente decadenze , limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi , tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell'autorità giudiziaria”.

La clausola che ti impedisce di avvalerti della risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta è con tutta evidenza vessatoria, quindi avrebbe dovuto essere approvata specificamente per iscritto, come previsto dalla suindicata norma di legge.

Consiglio, in assenza di un accordo di rinegoziazione di ristorazione, di adire le vie legali, con atto di citazione al giudice di pace, per chiedere la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta.
A disposizione per chiarimenti.

Cordiali saluti.

Fonti:

 

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